Arteikos

Arte come Rivelarsi dell'Archetipo

Arteikos
  • Home
  • Chi siamo
    • Mi presento
    • Cerchio ArteiKos
    • Contatti
    • FAQ
  • Percorsi
    • Percorsi Transpersonali
    • La Quercia Madre 2018
    • La Quercia Madre 2016
    • La Quercia Madre 2015
    • La Quercia Madre 2014
  • Eventi
    • Sui Sentieri del Cuore – 2016
    • La Musica delle Piante e il Soffio Interno
    • Un nastro colorato per dire Grazie agli alberi – 2015
    • La Notte dei 573 Alberi – 2015
    • Sui Sentieri del Cuore (Feeding the Soul CITY) – 2015
    • Occhio agli Alberi – 2015
    • Sui Sentieri del Cuore – 2014
    • Arte come ri-velarsi dell’Archetipo – 2010
  • Blog

La Crocifissione. Venerdì Santo 2016

Home / Uncategorized / La Crocifissione. Venerdì Santo 2016

La Crocifissione. Venerdì Santo 2016

Posted on
25 Marzo 2016
by ArteiKos

Un tempo particolare quello che ci viene offerto con la Pasqua. Un tempo di riflessione, di preghiera, di nuova comprensione. Come ogni anno ho voluto dedicare il Venerdì Santo all’osservazione interiore ma anche esteriore, nell’intento di ampliare l’orizzonte rispetto alla storia che viene narrata da coloro, che secondo le varie religioni cristiane, celebrano oggi questo giorno sacro per una buona parte dell’umanità.

Interessante il punto di vista sulla crocifissione, raccontato dallo studioso, ricercatore e poeta Robert Graves. lo troviamo tra i suoi libri, in particolare in “Io Gesù”. Un punto di vista  capace di consentirmi una visuale che non avrei mai immaginato, e che contrariamente a quanto si possa credere, rispetto ai tratti apparentemente blasfemi del racconto romanzato, aumenta ancor di più la mia incredibile stima nei confronti di un Uomo – Gesù – che davvero nella sua stessa carne ha lasciato un insegnamento di straordinaria sapienza, sulle cose umane come su quelle divine.

Gesù disse ai suoi discepoli: “Pregate incessantemente”. E cosa vuol dire pregare incessantemente? Certo, sgranare il rosario è un atto magico di straordinaria potenza, eppure per me significa anche altro, significa anche lasciare spazio ad una più ampia comprensione delle cose e della Vita. Oggi per me preghiera è stato trascrivere questo capitolo del libro di Robert Graves e consentire insieme a me anche ad altri la possibilità di una riflessione più ampia, su ciò che si cela nel grande mistero della Vita, Morte e Resurrezione di Gesù.


Anticamente, a quanto sembra, in tutti i paesi che si affacciano sul mar Mediterraneo, la crocifissione era la sorte a cui erano destinati i sacri re annuali: per l’esattezza, la crocifissione all’interno di un cerchio di pietre grezze su un terebinto, una quercia-chermes, una quercia reale, un pistacchio o un melograno, a seconda dei diversi costumi tribali. Si dice che tale prassi sopravviva nella Britannia settentrionale e nelle regioni più selvagge della Gallia: i seguaci del re lo legano con vimini ad una quercia che è stata potata a forma di T; il re viene poi ornato con rami verdi, incoronato di biancospino, fustigato e malmenato in un modo che mi vergognerei a riferire, e infine arso vivo; mentre i suoi compagni danzano intorno al rogo vestiti di pelli di toro. Ma la sua anima ascende al cielo sotto le sembianze di un aquila , come l’anima di Ercole sfuggita al suo rogo sul Monte Oeta, e diviene immortale, mentre gli uomini toro banchettano eucaristicamente con i suoi resti. In Grecia la crocifissione sopravvive, in senso relativo e ludico, nella sassaiola annuale con cui viene preso di mira il cosiddetto Zeus Verde a Olimpia. Ma paralleli più prossimi alle pratiche galliche si incontrano in asia minore, in Siria e in Palestina, soprattutto nel grande sacrificio dell’albero a Ieropoli e nel suo equivalente frigio che l’imperatore Claudio introdusse a Roma una ventina di anni dopo gli eventi riferiti in questo libro. In ogni caso, il sacro re è considerato alla stregua di un sacrificio offerto alla Dea Madre a nome di tutta la tribù.

Presso gli israeliti il re era ancora crocefisso annualmente a Shiloh, Tabor e altrove al tempo dei Giudici; e la croce a Tau, vale a dire a forma di T, veniva tatuata come segno distintivo della casta regale sulla fronte degli appartenenti al clan in cui veniva designato in sacro re. Come simbolo di casta capita di vederlo sui keniti di Giudea e Galilea, e ricorre nella letteratura sacra ebraica in due sensi contradditori: nella Genesi è il marchio di caino l’assassino, ossia l’antenato eponimo dei keniti, e in Ezechiele è il marchio divino posto sulla fronte di tutti i giusti per distinguerli dai peccatori il giorno della vendetta di Jehovah.

Con l’avvento della prima dinastia israelita, quella di Saul, il cannibalismo fu abolito e si instaurò l’usanza di prolungare il regno del re per un certo numero di anni e nel frattempo sacrificare annualmente un dod, cioè un sostituto. Tale pratica sopravvisse fino al regno del re Giosia, anche se negli ultimi tempi, tranne nei periodi di siccità, o di altre calamità nazionali, si usava in qualità di dod un ariete di un anno anziché un essere umano, e l’anomalia veniva giustificata con il mito di Abramo e Isacco. Giosia abrogò la crocifissione, inserendo nella sua revisione della Legge, vale a dire nel libro chiamato deuteronomio, un articolo secondo cui qualsiasi cosa venisse crocifissa non era benedetta, bensì maledetta. Una volta accettato come ispirazione divina tale principio modificato, attribuito a Mosè, vi si fece ricorso come ad un deterrente: il corpo di chi fosse stato lapidato per bestemmia o altro orribile peccato veniva appeso dopo la morte ad una croce a Tau perché fosse maledetto, e gli era negata onorata sepoltura.

Presso altre nazione il sacro re poteva sfuggire alla crocifissione a patto di trovarsi un dod; dapprima la vittima fu un figlio o un nipote da parte di madre, che il re insigniva temporaneamente dei simboli della regalità, e così si spiega la leggenda del sacrificio di Dioniso da parte di Zeus , ma con l’andare del tempo furono accettati anche congiunti meno diretti e, ancor più tardi, prigionieri di guerra di sangue reale; e quando, in tempo di pace, risultò più difficile procurarsi prigionieri di stirpe regale, furono crocifissi prigionieri di stirpe inferiore, e alla fine si ritennero adeguati persino i criminali. Allora la crocifissione si tramuto in una punizione del crimine, quello che è oggi: e tuttavia alcuni elementi del rituale tradizionale persistono sebbene le sue origini sacre siano state da lungo tempo dimenticate. Presso i romani ad esempio, la vittima viene azzoppata mentre è appesa alla croce: poiché il sacro re originariamente era zoppo, anche il suo sostituto doveva essere azzoppato. E’ difficile capire se il rituale romano sia di origine indigena e se non sia invece cananeo; infatti gli antichi romani usavano una croce ad X , mentre l’attuale croce a T venne mutuata dai cartaginesi, che sono di origine cananea, durante la guerra contro Annibale. Comunque è un notevole paradosso che la crocifissione , un tempo ritenuta in Palestina il mezzo magico per procurarsi l’immortalità, fosse considerata dai giudei una punizione infame che comportava la dannazione dell’anima, e fosse perciò usata dai romani come mezzo per scoraggiare il malcontento politico; e che Gesù, in qualità di sacro re all’antica maniera, malgrado avesse sfidato la Regina dei Cieli e tutte le sue opere, malgrado tutti i suoi sforzi per sottrarsi al destino che incombeva su di lui per nascita e per matrimonio, o forse, si potrebbe dire, proprio a causa di tali sforzi, stesse per essere immortalato all’antica maniera.

Abbigliato con le insegne della regalità, Gesù fu condotto alla cittadella di Erode, ossia la torre di Fasael, trasformata in caserma romana. Lì fu denudato e sottoposto alla flagellazione preliminare, che è parte integrante del rituale della crocifissione. L’ufficiale di giornata lo percosse spietatamente con la sua flessibile verga di sarmento finché la fatica non lo costrinse a desistere. Dopodichè lo consegnò, pesto e sanguinante, ai militi, i quali lo rivestirono e cercarono di farlo giocare allo <<schiaffo del soldato>> e alla crudele beffa del calendimaggio chiamata <<gioco del re e dei cortigiani>>, per cui gli intrecciarono una corona di acacia spinosa; ma Gesù fornì loro scarso divertimento e, in capo a mezzora o giù di lì, i soldati lo lasciarono in pace e si misero a giocare a dadi.

C’era una profonda ironia poetica nella scelta della corona. Ad Ain-Kadesh una voce divina aveva parlato a Mosè da un cespuglio di acacia; e di legno di acacia era fatta l’arca di Noè, l’arca di Mosè, l’arca dell’armeno Xisuthrus e l’arca dell’egiziano Osiride. In tutto il vicino Oriente l’albero dell’acacia è sacro alla Divina Madre del Divino Figlio, entrambi chiamati con svariati nomi; i suoi fiori sono bianchi e puri, le sue spine acuminate e taglienti e il suo legno impermeabile all’umidità che lo farebbe marcire.

L’ufficiale distaccato al comando del drappello che doveva eseguire la crocifissione era una persona non priva di umanità. Disse ai soldati: <<Vi si ordina di schernire e canzonare lungo la strada che porta fuori città, ma si tratta di una semplice precauzione per prevenire disordini. Se anche il condannato è molto noto, la folla cittadina, sempre amante del riso, non tenterà di trarlo in salvo se la sua situazione appare sufficientemente ridicola. Beffatevi quindi a vostro piacimento dei due zeloti, ma a quanto ci risulta lo storpio è abbastanza innocui , e se lo malmenate ancora, per il corpo di Bacco, quando rientrerete in caserma penserò io a malmenare voi, vi farò desiderare di essere imbarcati sulle galere. E quando sarete in aperta campagna, badate a tenere la bocca chiusa e a marciare disciplinatamente>>.

Li fece schierare in colonna davanti alla caserma, dove si era radunata un gran folla mesta, composta per lo più di donne; poi mandò un drappello agli ordini di un sottufficiale a procurarsi tre croci nei magazzini della soprintendenza e a caricarle su un carro da trasporto. Erano entrambi molto malridotti: Disma aveva perso vari denti e Gesta un occhio.

L’ufficiale appese le imputazioni al collo dei tre prigionieri e diede loro da portare il braccio orizzontale delle croci. Si tratta di una trave di legno di circa due metri di lunghezza, che si incastra orizzontalmente in un incasso praticato nel pesante elemento verticale, poco sotto la sommità; il palo verticale è trasportato al luogo della crocifissione su un carro ma, secondo le antiche usanze, il criminale doveva portare a spalle il braccio orizzontale. Gesù riconobbe il legno: era terebinto, che nessun falegname galileo avrebbe accettato di lavorare, perché si riteneva che inciderlo portasse sfortuna, come avviene in Italia con il legno di pioppo nero per il suo nesso con la dea della Morte.

Fu impartito l’ordine di marcia. Il corteo si avviò e varcò senza incidenti la vicina Porta di Joppa. Gesù camminava poggiandosi ad un bastone, ma doveva usare entrambe le mani per bilanciare sulla spalla la trave e non riusciva a tenere il passo. Quando un sottufficiale cercò di spronarlo, perse l’equilibrio e cadde; i soldati scoppiarono in una sonora risata. La flagellazione lo aveva lasciato senza fiato e faticò a rialzarsi. Dopo una seconda caduta intervenne l’ufficiale e , fermato un robusto pellegrino che stava entrando in città, lo costrinse a portare la trave al posto di Gesù.

Era un ebreo libico che aveva sentito Gesù predicare a Cafarnao l’anno precedente, e fece di necessità virtù. Gridò, rivolto alla folla: <<Uomini di Gerusalemme, mi addosso volentieri il fardello di questo profeta. Possa servire a cancellare il biasimo che Naum espresse contro la mia terra natale. Perché quando profetizzò contro Ninive, definendola gran meretrice e regina di tutte le magie, disse: ‘La Terra di Put e i libici furono i tuoi aiutanti’. Sebbene Put sia mima madre i libici i miei fratelli, io non sono un disgraziato: non loderò una nuova Ninive che consegna i suoi profeti perché siano crocifissi da sudici miscredenti><. L’ufficiale, non conoscendo l’aramaico, lasciò correre.

Il corteo procedette rasente le mura cittadine e svoltò verso nordest, imboccando una strada pianeggiate che portava alla Grotta di Geremia, situata a circa tre quarti di miglio di distanza. Era una giornata afosa e la strada era coperta da uno spesso strato di polvere. Da nord si avvicinava un nutrito gruppo di pellegrini della vigilia pasquale, chiamati <<ritardatari>>, poiché la maggioranza arrivava sempre due o tre giorni prima di loro; i pellegrini cantavano di gioia alla vista delle torri e delle mura di Gerusalemme, ma il salmo si spense loro sulle labbra all’avvicinarsi del funesto corteo. Rimasero tutti immobili, distogliendo gli sguardi, mentre i condannati passavano in silenzio.

Quando si profilarono all’orizzonte la Grotta e l’alta, frondosa Palma di geremia, dalla coda della processione si levò un improvviso pianto di donne. La notizia dell’arresto di Gesù si era diffusa rapidamente in città, e se pochi dei suoi seguaci maschi avevano osato accodarsi, c’erano Giovanna e Susanna, e Maria, la madre di Gesù, che si appoggiava al braccio di Shelom la levatrice; e ancora, Maria, la sposa di Gesù, con sua sorella Marta, e la loro nonna Maria, moglie di Cleofa; e per finire Maria l’Acconciatrice, in compagnia di un gruppo di rechabite.

Gesù si voltò a dire loro, ansimando: <<Piangete per voi, non per me. E’ prossimo il Giorno dell’Ira, e allora beata colei che non ha generato e allattato figli destinati a perire per la collera del cielo; allora a una voce le Figlie di Gerusalemme grideranno alle colline di crollare e seppellirle. Poiché, se viene spogliato l’albero verde, che cosa accadrà a quello secco?>>.

Il proverbio si riferisce al timore reverenziale in cui in Palestina si guarda a certi antichi alberi, di regola palme e terebinti, perché alla loro ombra un tempo riposarono patriarchi e profeti. Da tutti gli altri alberi vengono recisi rami per farne legna da ardere, ma la popolazione ha timore di toccare quelle particolari piante. Quindi crescono alte e verdi, persino nel deserto accanto alle piste più battute, mentre gli altri alberi sono spogli e secchi. Gesù intendeva dire: <<se perfino i profeti vengono crocifissi, quale sorte sarà riservata alla gente comune?>>.

Oltre la Grotta si ergeva la piccola altura a forma di teschio chiamata Golgota, dove in tempi antichi venivano eseguite le condanne alla lapidazione e dove i romani crocifiggevano i prigionieri politici, su uno spiazzo in cima al colle.. il Golgota dominava la strada maestra che dal Nord scendeva a Gerusalemme deriva il suo nome, che significa <<Collina del Teschio>>, non solo dalla sua conformazione, ma anche dalla leggenda secondo cui, quando re David trasferì la sua capitale da Hebron a Gerusalemme, asportò il teschio di Adamo dalla gotta di Macpela e lo seppellì sul Golgota a mò di amuleto destinato a proteggere la città. Tale leggenda non va troppo sottovalutata, poiché la testa del re Euristeo, che impose le fatiche a Ercole, venne sepolta su un passo montano nei pressi di Atene, al fine di proteggere l’Attica dalle invasioni; e nella storia greca e romana ricorrono vari altri antichi esempi della stessa usanza. Gesù aveva predetto il vero, quando disse a Tommaso che il suo viaggio si sarebbe concluso dov’era finito il viaggio di Adamo.

Giunti alla Grotta, l’ufficiale impartì l’ordine di fermarsi, mentre si facevano avanti due donne anziane: appartenevano alla pia Associazione dell’Incenso che, con l’autorizzazione della corte suprema farisaica, si era volontariamente assunta l’incarico di fornire un grano di incenso ad ogni criminale ebreo condannato a morte, per ingoiarlo come anestetico. Disma e Gesta accettarono il dono con gratitudine, ma Gesù disse: <<Bruciatelo, piuttosto, in fragrante sacrificio al signore. Il Figlio di Adamo che avete davanti deve sopportare sino alla fine>>.

Sul Golgota Gesù fu spogliato delle vesti, di cui si impadronirono i soldati come era loro legittima prerogativa, nonostante secondo la Legge ebraica fossero di proprietà del parente più prossimo. Il sottufficiale che fungeva da carnefice squarciò le cuciture della veste e assegnò un pezzo del tessuto a ciascuno dei suoi 4 aiutanti, mentre la tunica senza cuciture lasciatagli in eredità da Simone figlio di Boeto venne tirata a sorte.

Piantarono i pali verticali nei buchi rinforzati fatti apposta per accoglierli, dopodiché fecero distendere a turno i prigionieri supini, ciascuno accanto al suo palo. La trave orizzontale venne infilata sotto il capo di ogni prigioniero, e le braccia spalancate furono legate alla trave con vimini e le mani assicurate al legno con un lungo chiodo di rame che trapassava il palmo, per impedire al condannato di liberarsi. Poi, per mezzo di corde e una carrucola, il prigioniero venne issato in cima al palo verticale finché la trave orizzontale si incastrò nell’apposita tacca; dopodiché i due tronconi di legno vennero inchiodati assieme, Su ciascuno dei pali verticali, circa un metro più in basso della trave orizzontale, c’era una fila di fori, nel più adatto dei quali veniva infilato il piolo destinato a sorregger e il peso del corpo sotto l’inguine. Le gambe erano poi legate saldamente al palo verticale per mezzo di vimini, e i piedi bloccati di lato con due altri chiodi infilati attraverso la carne dietro il tendine sacro, quello che alcuni chiamano il <<Tendine di Achille>>, poiché Achille figlio della dea del Mare, Teti, venne ferito a morte da una freccia proprio in quel punto sacro. In cima al palo verticale veniva apposta la dichiarazione di imputazione, in modo che sporgesse sopra la testa della vittima.

Gesù fu collocato al centro, con Disma crocifisso alla sua destra e Gesta alla sua sinistra. Mentre lo issavano sulla croce recitò un ultima preghiera: ma non per sé. Gli appariva finalmente chiaro che il suo sacrificio era stato vano e che era incorso nell’inesorabile collera di Jehovah. I peccati che aveva commesso nel tentativo di impersonare il Pastore Indegno si erano dimostrati peccati di presunzione e, avviando i suoi discepoli sulla stessa china di perdizione, si era meritato il proprio profetico biasimo: <<Chiunque trae in inganno chi ha cuore di fanciullo merita di essere gettato a mare con una macina di mulino appesa al collo>>. La sua preghiera fu solo per loro: <<Padre che sei nei cieli, perdonali! Perché il loro è un peccato di ignoranza>>.

Riconobbe tra la folla sua madre e il suo discepolo Giovanni, che non indossava più il mantello da profeta, accanto a lei; impietosito dall’espressione desolata di Maria, la affido alle cure di Giovanni.

Mentre il sole saliva nel cielo, le sofferenze di Gesù si fecero così acute che fu scosso da spasimi in tutto il corpo; tuttavia soffocò il sia pur minimo lamento. Un nugolo di mosche nere gli ricopriva le carni piagate delle spalle e dei fianchi, e aveva il volto inondato di sudore, Gesta urlava e vaneggiava, imprecando contro Gesù come causa della sua rovina, poiché l’incenso non gli aveva fatto alcun effetto, ma Disma ignaro della prossima morte, disse a Gesù con voce sonnacchiosa: <<Mio signore, ricordati di me nel tuo regno. Dammi una carica nel tuo nuovo regno>>.

Gesù lo consolò, dissimulando l’amara ironia delle sue parole: <<Questa sera, quando entrerò nell’altro Regno, sarai alla mia destra>>.

Nel frattempo impauriti, addolorati e sgomenti, quasi tutti i discepoli si erano trascinati fino al Golgota; non Giacomo, però, ne Pietro, e neppure Andrea. Giacomo non aveva potuto venire a causa della ferita, che si era infettata. Pietro era stato picchiato dai romani fino a perdere i sensi e gettato nudo sulla strada; Andrea lo aveva trovato e trasportato al suo alloggio, ma Pietro riprese i sensi solo all’imbrunire.

Maria l’Acconciatrice si avvicinò a Shelom e disse: <<Tu hai fatto venire alla luce questi Figlio di Adamo, sorella; ma è compito mio farlo ripiombare nelle tenebre>>.

<<Chi sei tu?>> domandò Shelom.

<<Ti confiderò un segreto. La Quarta Bestia, la bestia del settore meridionale del cerchio in cui si è seduto sull’Horeb, era il Toro della Fretta. La sua colpa è stata questa: ha cercato di affrettare l’ora del giudizio dichiarando guerra alla Femmina, ma la Femmina è paziente e non si può metterle fretta>>.

Shelom guardò disperata Gesù. La sua calma le infuse forza, e rispose come per bocca di lui: <<Stai buona, donna! Non sta forse scritto, del Regno di dio: ‘Io, il signore, lo affretterò a suo tempo!?>>

Verso mezzogiorno, quando già i soldati avevano cominciato a prepararsi il pranzo, un vento caldo soffiò da est e il cielo si oscurò. non era il buio compatto che annuncia la pioggia con un lontano rombo di tuono e guizzi di lampi, bensì un buio fumoso, simile a quello che terrorizza chi abita nelle vicinanze dei vulcani in attività; e mentre i nuvoloni si allargavano in cielo sino all’orizzonte occidentale, nascondendo il sole, la terra sussultò, e si udirono un rombo lontano e uno schianto: un enorme pezzo di muratura del tempio cadde nella valle sottostante. Si levò un urlo di terrore e molte delle donne caddero in ginocchio e alzarono lo sguardo al cielo, credendo che fosse giunto il giorno dell’Ira. Ma il figlio dell’Uomo non si manifestò, ne gli angeli accorsero a salvarlo.

L’ufficiale rassicurò i suoi uomini: <<Il buio è causato dalla sabbia del deserto, sollevatosi in aria da un vortice formatosi ad Elam. Domani l’intera città sarà ricoperta da un velo di polvere. Non c’è nulla da temere>>:

Gesù sentì defluire da se la virtù regale, facendo del suo corpo carne di comune mortale e svuotando il suo cuore di coraggio. Gridò rauco: <<Mio Dio, mio Dio, perché mi hai abbandonato?>>.

I suoi giustizieri pensarono che si lagnasse per la sete. Con un’oscena risata gli tesero da succhiare una spugna imbevuta di vino misto a mirra, infilata sulla punta di una lancia.

Lui si rifiutò di bere. <<La fine è venuta>> mormorò, e continuò a muovere le labbra, in modo quasi impercettibile. Chi lo osservava sentì le proprie labbra muoversi con le sue, articolando i versetti di quel terribile salmo che è l’antico Lamento del Crocifisso.

***

Mio dio, mio dio, perché mi hai abbandonato? Ti imploro ruggendo come il fanciullo che lungi da ogni aiuto, gridando senza posa giorno e notte, ma tu non mi presti ascolto.

Santo tu sei, saldo nelle lodi di israele, i miei padri confidarono in te e tu li liberasti: a te gridarono e non furono perduti.

Ma io sono come nudo verme, non più uomo, da tutti aborrito e disprezzato. Coloro che mi guardano di me si fanno beffe, torcendo le labbra e scuotendo il capo.

E dicono: <<Ha confidato nel suo Dio perché lo liberasse; che il Dio in cui si è allietato lo liberi>>.

Ma tu sei colui che mi ha estratto dal grembo di mia madre e mi ha insegnato la speranza mentre posavo sul suo seno.

Tu sei il mio Dio sin dal giorno della mia nascita. Non stare lontano da me , poiché grande angustia incombe su di me e non ho chi mi aiuti.

Molti tori mi circondano, i bufali feroci di Basan, che spalancano le fauci, ruggendo come leoni.

La mia vita si effonde come acqua, le mie ossa si disarticolano, il mio cuore si strugge come cera e mi gocciola nelle viscere.

Sono riarso come vaso dentro il forno, la lingua mi si incolla al palato. Mi hai posto nella polvere della morte.

Malvagi uomini-toro mi attorniano, mi hanno trafitto mani e piedi; il mio corpo nudo è esposto al loro sguardo.

Si spartiscono le mie vesti e tirano a sorte i miei indumenti.

Ma tu non stare lontano da me, Signore in cui sta la mia forza. Affrettati in mio aiuto: libera la mia vita dalla spada, la mia cara vita dal Potere del Cane.

Salvami dalle fauci del leone, dalle corna dei bufali; poiché tu mi hai udito.

Narrerò il tuo nome ai miei fratelli, ti loderò alla folla che mi circonda.

Gridando: <<Lodate Dio, tutti voi che lo temete; temetelo e glorificatelo, voi tutti figli di Giacobbe, poiché egli non ha disprezzato né aborrito l’afflizione di questo mistero, il quale lo invoca ed è udito>>.

***

Ma i keniti conoscevano il lamento nella sua versione più antica: <<Eva, Eva, perché mi hai abbandonato?>>; nelle ultime quattro strofe si richiama la Madre di Tutti i Viventi a tenere fede all’antica alleanza, ingiungendole di non lasciare che Azazel trionfi in eterno, e di non negare ad Adamo la sua parte di immortalità.

All’ora nona Gesù lanciò un terribile grido, mentre un ultimo spasimo lo scuoteva. I tratti del suo viso si stravolsero, il respiro affannoso si spense.

<<E’ morto abbastanza in fretta>> disse l’ufficiale. <<Mi fa piacere; era coraggioso, nonostante fosse un cane giudeo. Ne ho visti che sono rimasti sulla croce per cinque giorni e anche di più, ma di questo, naturalmente, devono ringraziare chi li ha flagellati. Se li fustiga come si deve, in definitiva risparmia loro sofferenze eccessive>>.

Lentamente il cielo si schiarì, e il sole tornò a brillare radioso, sebbene la terra continuasse a tremare di tanto in tanto. Verso sera, il segretario per gli affari orientali di Pilato uscì di città a cavallo per ricordare all’ufficiale che, secondo la Legge mosaica, i corpi maledetti non potevano rimanere sulla croce dopo il tramonto e che, essendo la vigilia di Pasqua, sarebbe stato opportuno non offendere la suscettibilità della popolazione locale. Bisognava far sparire subito i cadaveri di Gesù e delle altre due vittime. L’ufficiale ordinò: <<azzoppate i due ancora vivi e poi finiteli con un colpo di lancia. L’altro non occorre azzopparlo era già storpio. Ma trafiggete anche lui per esser certi che sia morto>>.

Spezzarono la gamba destra dei due zeloti con un maglio da muratore, dopodiché li finirono con un colpo di lancia sotto il costato. Svogliatamente un soldato puntò la sua lancia anche contro Gesù e gli infilò la punta della lancia sotto il costato, a destra. Così facendo gli avrebbe squarciato il polmone , se non fosse stato premuto all’interno da un versamento di liquido, nella parte denominata cavità pleurica, versamento causato dalla flagellazione; quando il soldato sfilò la lancia , uscì un fiotto d’acqua mista a qualche goccia di sangue.

Allora i corpi furono calati, ammucchiati sul carro assieme alle croce a tutti gli utensili e trasportati alla camera mortuaria nella torre di Fasael.

Gesù era morto. Secondo la concezione ufficiale giudaica, era morto nel momento in cui era stato issato sulla croce; infatti in tal modo cessava di essere membro della congregazione di Israele e diventava <<un nudo verme, non più uomo>> . Secondo l’opinione generale della folla era morto dopo aver lanciato il grido dell’ora nona, il momento esatto in cui i macellatori leviti iniziano la strage di agnelli per la Pasqua. Secondo la versione ufficiale romana, era morto trafitto dalla lancia: per via di quelle poche gocce di sangue, perché una ferita non sanguina, se la vita è già spenta. Fu dunque dichiarato morto dall’ufficiale e come tale riconosciuto da Antipa. Che più tardi andò nella camera mortuaria ad identificare il cadavere. Ma a parere dei dodici contabili keniti che avevano assistito alla sua incoronazione e si erano tenuti in prima fila durante la crocifissione, era morto quando la virtù regale lo aveva abbandonato e aveva detto: <<La fine è venuta>>, vale a dire che in quel momento era morto il sacro re, nato quando la colomba era scesa su di lui.

L’ultima a lasciare il Golgota fu Maria, la madre di Gesù. Mentre tornava a casa trovò i keniti ad attenderla sul ciglio della strada. Salutandola con reverenza, le dissero: <<consentici di seppellire il corpo del nostro re>>.

<<Chiedetelo alla figlia di Giosè Cleofa>>.

<<Ci ha concesso il suo permesso, ma occorre anche il tuo>>.

<<come potete toccare ciò che è maledetto, nobili figli di rechab?>>.

<<La nostra legge è più antica; presso di noi la crocifissione santifica>>.

<<dove lo seppellirete?>>

<<Nel sepolcro del Primo Adamo>>.

<<Andrete dai romani a reclamare il suo corpo?>>.

<<Non abbiamo alcun diritto di farlo. La richiesta deve provenire da te, che sei sua madre, perché la regina sua sposa ha paura di rivelarsi; e nessuno deve sapere per conto di chi tu lo richiedi>>.

<<Lo farò volentieri, per l’amicizia che i vostri padri mi dimostrarono molto tempo fa, quando correvo pericolo di morte>>.

Maria andò a casa di Giuseppe di Arimatea e a mezzanotte, consumato il pasto pasquale, si fece riconoscere da lui. Lo pregò di chiedere a Pilato il corpo di suo figlio.

Giuseppe la commiserò, ma disse: <<Mentre era in vita ho fatto tutto ciò che era in mio potere per salvarlo. Ora che è morto non posso fare più nulla; anche se era innocente, il suo corpo è maledetto e non potrei seppellirlo. Se presentassi una simile richiesta a Pilato, la respingerebbe sprezzante; ma forse le lacrime di una madre potrebbero muoverlo a pietà>>.

<<Sarebbe disposto a concedere udienza ad una povera donna come me? Presta orecchio solo alle persone di alto rango o ai ricchi. Ma ho trovato uomini di un’altra nazione che sarebbero disposti a trasportare il corpo di mio figlio in un luogo dove ne è permessa la sepoltura, e se è vero che non eri tra quelli che hanno acconsentito alla sua morte, dimostrami la tua pietà con questo favore. Sono vedova, ed era il mio unico figlio.>>

Dato che Maria insisteva, Giuseppe, sia pure con riluttanza, accettò di fare quello che gli chiedeva.

Quando si presentò al pretorio, al mattino successivo, Pilato fu assai divertito dalla sua richiesta. <<Perché mai vuoi prenderti questi miseri resti, se non ti è consentito toccarli o dar loro onorata sepoltura? Oppure è meglio che non telo domandi?>>

Giuseppe trasalì, ma aveva una risposta pronta: <<Eccellenza, certo saprai che di recente i culti magici siriani hanno messo radici a Gerusalemme. Se si consente ai tuoi soldati di vendere a persone non autorizzate, il naso, le dita, e altre estremità saranno impiegati in qualche cerimonia magica, ma soprattutto le dita, perché si ritiene che le dita di un crocifisso siano dotate di grandi poteri. Consegnami il cadavere ed io lo farò sparire>>.

Pilato rise di gusto. <<Oh, Giuseppe, Giuseppe! Confessa, anche tu sei un po’ stregone e ambisci alle estremità di quel taumaturgo sciancato. Quanto sei disposto ad offrirmi? Puoi prenderti il cadavere per 500 dracme; credo che sia il prezzo convenuto. Dovrai versare la cifra all’ufficiale che ha supervisionato l’esecuzione: i corpi dei condannati sono di sua competenza; ecco, ti metterò l’ordine per iscritto. No, non ti farò pagare nulla, stamattina mi sento generoso.>>

Giuseppe di Arimetea ringraziò Pilato e si avviò con l’ordine alla Torre di Fasael, dove trovò i tee cadaveri che giacevano ancora sul pavimento di pietra dov’erano stati gettati. L’ufficiale non volle accettare denaro. Ma quando Giuseppe gli spiegò che non avrebbe potuto portare via il cadavere quel giorno poiché di Sabato era vietato lavorare, in cambio di cento dracme si impegno a farlo avvolgere in un sudario di lino e a deporlo su una lastra del nuovo sepolcro che Giuseppe si era comprato per suo uso nei pressi della Grotta di Geremia. In cambio di altre cento dracme, l’ufficiale si impegnò anche a mettere di guardia al sepolcro alcuni uomini agli ordini di un sott’ufficiale, sino al mattino del giorno successivo, quando Giuseppe sarebbe stato in grado di farlo portar via.

Non appena Nicodemo venne a sapere come stavano le cose, mandò a Giuseppe una costosa misura di mirra e aloe, accompagnata dal seguente messaggio: <<per la sepoltura dell’innocente che sappiamo>>.

Share the post "La Crocifissione. Venerdì Santo 2016"

  • Facebook
  • Twitter
  • Google+
  • Pinterest
  • LinkedIn
  • E-mail
Uncategorized

Lascia un commento Annulla risposta

Articoli recenti

  • La Musica delle Piante – Con i bimbi dell’International School di Milano -2019
  • La Musica delle Piante – Castello di Cusago 2018
  • Iansà – La Madre della Libertà
  • Iemanjà – La Madre delle acque salate – Il Mare
  • Dario Fo: “L’albero, lo spirito di un luogo abitato dagli uomini”

Archivi

  • Maggio 2019
  • Ottobre 2018
  • Luglio 2018
  • Ottobre 2016
  • Agosto 2016
  • Luglio 2016
  • Giugno 2016
  • Maggio 2016
  • Aprile 2016
  • Marzo 2016
  • Febbraio 2016
  • Gennaio 2016
  • Dicembre 2015
  • Novembre 2015
  • Ottobre 2015
  • Settembre 2015
  • Maggio 2015
  • Aprile 2015
  • Gennaio 2015
  • Dicembre 2014
  • Novembre 2014
  • Maggio 2014
  • Marzo 2014
  • Giugno 2010
  • Aprile 2010

Commenti recenti

  • Mariángeles Expósito su La Musica delle Piante – Castello di Cusago 2018
  • Virtual server su Oratorio di San Protaso al Lorenteggio
  • Linda Guerra su Oxossi – Radici nel profondo
  • rodolfo su Bosco Urbano
  • Sui Sentieri del Cuore su Sui Sentieri del Cuore, una proposta di “viaggio transpersonale”
© 2014 Arteikos. Some rights reserved.
  • Privacy Policy
  • Terms of Service