Lago di Braies, ai piedi della Croda Rossa e del Pizzo del Signore.
Come in un sogno è comparsa l’immagine di un uomo vestito di nero in compagnia di una fanciulla vestita di candide vesti… La loro dimora è presso la perla dei laghi alpini. Mi hanno invitata a seguirli, come per andare alla scoperta di un tesoro nascosto o di un mistero che richiede di esser portato alla luce.
E’ proprio così che sono giunta tra le leggende che popolano i dintorni del meraviglioso Lago di Braies. Ne ho scoperte tante, quella della fonte del cervo capace di guarire da ogni ferita così come quella dell’orso, o quella dell’avidità dei pastori nei confronti dei tesori dei selvaggi delle montagne:
Una volta le montagne di Braies erano abitate da selvaggi, che non erano né malvagi né cattivi, ma venivano chiamati così a causa del loro aspetto. Questi selvaggi trascorrevano il loro tempo cercando oro e pietre preziose, la cui lucentezza essi amavano sopra ogni cosa. Non solo commerciavano la merce preziosa, ma creavano con essa anche diversi oggetti. Dopo qualche tempo, arrivarono dalla valle i pastori per far pascolare il loro bestiame sui meravigliosi prati verdi e fioriti intorno al Lago di Braies. Vennero così in contatto con i selvaggi, i quali mostrarono ai pastori i loro tesori, e continuarono a regalare loro anche collane o anelli fatti a mano.
Ma lo scintillio dell’oro divenne un’ossessione per i pastori, che diventarono sempre più avidi. Questa avidità divenne vera e propria bramosia e così cominciarono a derubare i selvaggi. I selvaggi si infuriarono e cercarono di difendere i loro tesori, essendo superiori ai pastori come forza. Tuttavia i pastori erano molto più scaltri e così riuscirono a rubare sempre più oro e pietre preziose. Per difendere i loro possedimenti i selvaggi videro solo una soluzione: aprirono le fonti sotterranee, che si unirono formando una vasta superficie d’acqua e inghiottendo le loro ricchezze. Il lago così formato separava la valle dei pastori dalle montagne dei selvaggi, e dato che il lago era stato creato dai selvaggi, fu chiamato “Lago Selvaggio”.
Ho scelto il tempo del solstizio di primavera per un cammino tra le cime da cui scendono le acque che riempiono il lago, scintillando come le candide vesti di una fanciulla che corre tra i prati e tra i monti, senza dimenticare nel mio intento quello di scoprire qualcosa di più sulla fanciulla dalle candide vesti del mio sogno.
Ho scoperto allora la leggenda di Moltina, la regina delle marmotte, ma anche della principessa Dolasilla, un tempo ricordata come guerriera invincibile, intima amica delle marmotte ma anche come colei che per amore di un guerriero finì suo malgrado col porre fine al mitico regno dei Fanes. Si dice che il Popolo dei Fanes oggi viva nascosto nell’ombra, sotto le rocce, in attesa che le trombe d’argento squillino per annunciare per loro una nuova era di splendore.
Una leggenda davvero interessante. Proprio loro, Moltina e Dolasilla, hanno subito attirato la mia attenzione, lungo la scia lasciata dalla fanciulla della mia visione. Dolasilla parla di un regno di splendore dove la vera eroina era la donna, la regina era colei sulla quale si basavano le fondamenta di un epoca d’oro, finita poi con l’arrivo di un guerriero e le conseguenti energie maschili legate alle lotte per il potre, alle guerre e alle conquiste. Una leggenda che narra quindi dell’eterno conflitto tra queste due forme, riconosciute come maschile e femminile, nella loro perenne attrazione, come in una danza che ci parla dell’armonia che sostiene il nostro intero cosmo.
Nell’albergo sul lago dove ho deciso di trascorrere la notte, non mi è sfuggita l’immagine storica di una donna, fondatrice di una dinastia di albergatori, da cui discende la famiglia che ancora oggi gestisce l’albergo: Emma Hellenstainer. In particolare non è sfuggita alla mia attenzione, oltre che per il suo esser donna, per la storia di cui si è fatta protagonista, ospitando per un tempo i prigionieri sfuggiti alle SS durante la prima guerra mondiale; prigionieri importanti provenienti da tutta Europa. La sua ospitalità nello splendido albergo sulle rive del lago, ha consentito a queste anime di recuperare le forze e l’armonia necessarie per ritornare alla vita e al mondo dopo un tempo di dura prigionia. Mi è sembrato di riconoscere in lei la magnificenza del valore di certe donne… le stesse narrate dalle leggende che caratterizzano questi meravigliosi luoghi di montagna.
Ho voluto assaporarne la bellezza in una magnifica giornata di sole, fuori stagione, graziata quindi dall’assenza delle folle di turisti che solitamente percorrono questi luoghi nei periodi estivi. So che quì ho qualcosa da scoprire percorrendo il sentiero tracciato dai passi di chi ha tramandato preziose leggende – ne sono certa – arriverò al cospetto della fanciulla vestita di candide vesti fino alle porte del suo magico regno e lì ascolterò cosa avrà da dirmi o cosa avrà da donarmi. Una voce saggia mi invita a fare attenzione. La presenza dell’uomo vestito di nero al suo fianco, indica chiaramente un “guardiano della soglia”, segno che non sarà facile oltrepassare la porta di un magico regno, segno che non per tutti è il navigare i confini dati dai sentieri su questi monti.
Un immagine paurosa in sogno mi ha svegliata durante la notte… Mi sono alzata. Spostando lo sguardo dalla foto di una barca sul lago, con il numero 7, appesa alla parete dietro il mio letto, sono uscita ad osservare il lago illuminato dall’argentea luce della luna, ricordando il passo della leggenda che narra della regina dell’antico regno perduto:
E una volta all’anno, in una notte di luna, una barca compie il giro del lago di Braies, con a bordo la regina di Fanes e Luyanta, la secondogenita, sorella della povera Dolasilla: entrambe attendono lo squillo delle trombe argentate che annunceranno la rinascita del Regno di Fanes.
Cos’era quell’immagine paurosa che ha disturbato il mio sonno, rendendolo inquieto? Alzando lo sguardo nell’incanto del cielo stellato, ho riconosciuto nella stella più luminosa l’occhio vigile del Padre. Mi ha donato conforto, mi ha detto: Ti vedo… e ho cura di te, non temere.
Al mattino, il sentiero candido attraversava il bosco di pini profumati e larici dormienti, ancora senza foglie, dando un ritmo calmo ai miei passi. Le cime intorno a me sono diventate le corone di re e di regine, ma a tratti anche le fauci di giganti, messi lì come a guardia degli splendidi torrioni di un regno che non a tutti è dato visitare. Mi sono accorta che molti esseri abitano questi luoghi, ne ho sentito la presenza, di qualcuno ne ho riconosciuto le tracce sulla neve soffice, mentre si confondevano con quelle degli uomini.
Un senso di profonda gratitudine mi ha pervasa a fine giornata, in particolare quando attraversando il lago ghiacciato, sulla via del ritorno, ho riconosciuto tra le scritte degli innamorati sulla neve, quella lasciata da qualcuno che in questo giorno ha desiderato parlare di un altro tipo di amore: TATA. Tata vuol dire Papà in molte lingue del mondo, così come tra molti popoli nativi con Tata viene nominato Papà Sole. Ho riconosciuto allora nel sole che stava li lì per sparire dietro i monti, la stessa presenza del Padre, vigile e attento ai miei passi sulla via del Mistero, incontrata nell’occhio luminoso visto nel buio la notte precedente. C’è, di giorno come di notte. Con commozione ho ricordato che era appena finita anche la giornata dedicata, con San Giuseppe, a tutti i papà del mondo, motivo forse di quella scritta.
Grata per aver sentito l’abbraccio e il sostegno caldo del Padre in una meravigliosa giornata di sole, mentre i miei passi hanno percorso i sentieri tracciati dal Mistero e dalla magnificenza della Madre.
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